Credo che Wallace riuscirebbe a rendere entusiasmante anche la spiegazione di un bugiardino di pastiglie per la pressione. La descrizione di un telefono della doccia, di un Tè in abito formale, e di un water ad alto tiraggio rientrano, per quanto mi riguarda, tra i passi migliori di Una cosa divertente che non farò mai più (Sotterranei). Forse anche perché non problematizzano troppo la mia appartenenza alla società occidentale, cosa che invece ottiene, tendenzialmente, tutto il resto del reportage che Wallace pubblicò nel 1997 per la rivista Harper’s, dopo essersi sottoposto, volontariamente e dietro compenso alla crociera “7 notti ai Caraibi” della Celebrity Crociere.
Leggere un libro di Wallace è come guardare attraverso un telescopio di sua costruzione. Non c’è dettaglio che passi inosservato, e che non meriti un’accurata descrizione. Mi sembra che in questo la scrittura di Wallace e l’esperienza della crociera abbiano qualcosa di molto simile, che si lascia esprimere bene con la parola accumulo. Accumulo di cibo, divertimento, proposte, carne umana, soldi, luoghi. Accumulo di aggettivi, note a piè di pagina, parole. Questa la differenza: la sovrabbondanza e l’eccesso di una crociera extralusso non sono altro che il tentativo affannoso e disperato di coprire un vuoto e una povertà sconcertanti (alcuni lo chiamano consumismo). La scrittura di Wallace, invece, è uno strumento maniacalmente portato alla perfezione nel tentativo di descrivere quel vuoto, di delimitarne con cura i confini, le sfumature e le implicazioni psicologiche più sottili.
Verrebbe voglia di considerare il reportage di Wallace una fiction, e attribuire alla fantasia dell’autore tutte le manie e la goffaggine dell’umanità descritta nel libro. Invece è proprio un reportage, e mi sa che siamo davvero ridicoli come Wallace ci descrive, ironizzando prima di tutti su sé stesso. Ossessionati dalla paura di morire, e viziati senza una soglia di soddisfazione raggiungibile. E Wallace ci denuda rendendo anche la lettura piacevole. Che subdolo.
David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più (Sotterranei), mimimum fax, 2012, pp. 149, € 12,50

Una cosa divertente che non farò mai più, un estratto. © David Foster Wallace, 1997; © mimimum fax, 1998, 2012




4 luglio 2012 14:49
“In queste crociere extralusso di massa c’è qualcosa di insopportabilmente triste. Come la maggior parte delle cose insopportabilmente tristi, sembra che abbia cause inafferrabili e complicate ed effetti semplicissimi: a bordo della Nadir – soprattutto la notte, quando il divertimento organizzato, le rassicurazioni e il rumore dell’allegria cessavano – io mi sentivo disperato.
Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte.
Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore o angoscia. Ma non è neanche questo. E’ più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte. E viene voglia di buttarsi giù dalla nave”
Non capisco se di Wallace mi piacciono di più i romanzi, o i saggi o i racconti. Certo è che qui c’è più David che in ogni suo reportage, quelle nevrosi che da lontano fanno sorridere e l’angoscia di chi non può fermarsi alla superficie.
Occhi così attenti e penne così precise non ne fanno più.