Tutti conoscono la celebre frase “C’è del marcio nel regno di Danimarca”.
Qualcuno sa anche che è tratta dall’Amleto di Shakespeare.
Ma quanti di voi sanno quale personaggio pronuncia questa famosa frase? E soprattutto, che c’entra Shakespeare con le raccomandazioni all’italiana?
Cercare lavoro è una cosa, cercare lavoro all’estero è un’altra. I CV, i colloqui, addirittura le sole modalità di ricerca cambiano da paese a paese. A dirla tutta, per noi italiani dovrebbe essere tutto in discesa ad iniziare dal tono informale dei colloqui in Danimarca. Sembra anche che, qui, leggano le candidature senza che una in particolare finisca in cima alla pila grazie ad una telefonata…che posto strano.
Sin dall’inizio la consulente del jobcenter che mi seguiva mi ossessionava dicendomi di curare la mia rete di conoscenze. Io non le davo molto retta, non ci credevo molto. Eppure, da subito, mi sono accorta di essere in svantaggio rispetto ai miei compagni danesi che erano molto più solerti nell’alzare la cornetta e chiamare delle persone per avere informazioni o invitare qualcuno per una “colazione di lavoro”. Mi sentivo sempre in una posizione scomoda, come se cercare un contatto all’interno di un’azienda implicasse per forza una raccomandazione o qualcosa del genere. Vedevo del marcio dove gli altri non vedevano assolutamente niente di male. Sicuramente esageravo, ma credo che ciò che mi tratteneva dall’allacciare contatti fosse il mio rifiuto della cultura clientelare italiana. Inconsciamente mi sentivo di fare qualcosa di…mafioso.
Ho provato una sensazione simile anche quando all’università, qui in Danimarca, mi fu assegnato come supervisor, (ovvero colui avrebbe valutato il mio scritto) l’unico professore italiano della facoltà. All’epoca mi sembrò assurdo. Nei panni della commissione avrei di certo evitato quell’accoppiata. Forse anche come studentessa a dire il vero, per fugare ogni dubbio di inciucio. Ho letto troppo Choderlos de Laclos o anche voi, magari solo di striscio, avreste fatto lo stesso pensiero? Beh, loro no.
Mi chiedo se la sindrome da complotto non sia solo un problema mio, ma sia una caratteristica italiana. Anche Shakespeare sembra appoggiare la mia tesi scegliendo di far pronunciare la celebre battuta “C’è del marcio nel regno di Danimarca” ad un certo Marcello, guarda caso. In fondo, non abbiamo mai smesso di essere quelli dei tentati colpi di stato e degli intrighi di palazzo. Certo, la patina del passato rende tutto più affascinante: i Borgia tessevano congiure con maestria e fascino, Veronica Franco scriveva poesie, mentre le Olgettine…vabbè! Ma la storia sembra ripetersi. Così, dopo sette secoli, Machiavelli è tutt’altro che obsoleto.*
Tornando a noi, affrancarsi dalla propria cultura alle volte è davvero difficile. Anche gli aspetti che rifiutiamo e che non sentiamo nostri compromettono, volenti o nolenti, il nostro confrontarci con altre culture. In Danimarca, nessuno ha niente da dire se inviti il tuo professore alla tua festa di compleanno. Nessuno vede niente di losco nell’incontrare gente per avere una referenza o delle informazioni di lavoro. Il termine “contatto” non ha l’accezione mafiosa che ha da noi. Qui esiste la differenza tra network e raccomandazione. La differenza sta nel fatto che il curriculum ha valore e, normalmente, alla conoscenza personale seguono determinate qualifiche professionali. Quanto a noi, laggiù, riusciremo mai ad abbandonare l’affascinante e deleteria arte machiavellica per una più moderna ed europea cultura del merito?
*Dario Fo recita Machiavelli a Vieni via con me, 29 Novembre 2010

Completamente d’accordo con questo post! Il marcio si è accumulato dentro di noi, lentamente, strato dopo strato. Cresciamo in un mondo dove il figlio del primario vince il concorso, all’università ti imbatti in dottorandi che “stranamente” hanno lo stesso cognome del professore, e l’aspetto fisico viene usato come parametro per giudicare e selezionare. Poi si arriva qui alle latitudini scandinave, e nei primi istanti non ci si capacita che esista un mondo in cui le cose possano andare diversamente. Ci vuole un po’ per disintossicarsi, ma alla fine ci si può godere questo mondo senza retropensieri del tipo “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca” :-)
Posted by Luca | 22 gennaio 2012, 20:10