I belgi sono come i fuochi d’artificio

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Vi avevo promesso il come (non) si trova lavoro a Bruxelles questa settimana, e invece sabato ho avuto un’illuminazione.

Sabato 21 luglio, in Belgio, si è celebrata la festa nazionale. Place Royale è stata imbandita di una sfilza di quantomeno imbarazzanti carroarmati e stand dell’esercito. In mezzo, le consuete baracche delle patatine fritte. Già, le famosissime frites che i belgi elevano a emblema nazionale, ma che se avete in mente un minimo di cosa sanno delle buone patate fritte, semplicemente ci state lontano. Il mio amico irlandese dice che “non ho la cultura del fast food” e forse ha ragione. Per me le patatine che sinora ho provato a Bruxelles sanno tutte di Mc Donalds. Perché, dai, per fare delle buone patatine cosa ci vuole se non dell’olio non bruciato?

Torniamo alla festa nazionale. Sabato sono uscita con il lettore mp3 che girava solo per una canzone: il remix di Deadboy di “Fireworks” di Drake. Una canzone scovata per caso nella mattinata. L’ho preso come un segno e sono uscita con questa perfetta colonna sonora per una serata tranquilla, in solitaria. Mentre aspettavo i fuochi danzavo da sola in mezzo alla folla in attesa. Nessuno poteva capire quanto fosse bella la mia musica. Finalmente alle 11 sono arrivati i fuochi, accompagnati, invece, da una tremenda colonna sonora. In mezz’ora siamo passati da Star Wars alla Turandot ai Carmina Burana a 2001 Odissea nello spazio. Sincro tra musica e fuochi: nulla! Risultato: una sberluccicante mezz’ora di soldi buttati – che, vista la crisi, potevano anche far durare meno, no?

Ad un certo punto però, mentre guardavo l’aritmia tra botti e note, la mia parte polemica e bastian contraria si è acquietata per lasciare spazio ad un pensiero simbolico, meno negativo e più interessante. Solo a quel punto, all’improvviso, mi sono resa conto di quanto geniale fosse lo spettacolo al quale avevo appena assistito.  L’eccesso kitch, la disarmonia tra suono e figure erano in realtà una fantastica celebrazione della nazione belga. “Génial!” – ho pensato. Non poteva esserci spettacolo più identitario di questo per un paese che è nato con un’identità “debole”: diviso tra francesi e olandesi, ora invaso da gente da tutte le parti. Ma chi sono i belgi oggi? – mi sono chiesta. C’è ancora qualcuno che si stringe attorno a patatine e alla birra per rilanciare un’identità che invece ha in sè il germe della fluidità e della molteplicità?

Il Belgio era globalizzato prima della globalizzazione ed ora si trova ancora in mezzo alla bolgia della mondializzazione. Con la sua mancanza d’ordine, le milioni di comunità al suo interno, Bruxelles lotta ogni giorno al raggiungimento di un’identità fluida, moderna, da ricercarsi non più nelle comunità etniche, ma nei singoli individui. Chissà se questa città vincerà la sua sfida.

Sono tornata a casa a piedi nella notte bruxellese soddisfatta della mia gran lettura sociologica. Una grande e fugace illuminazione da Fireworks

Pubblicato come Licia, Bruxelles. Taggato come , , , , ,

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Licia è un'euro-giornalista ed euro-trotter in tappa a Bruxelles. Il viaggio? Una predilezione sin da bambina. Probabilmente tutto è nato dal racconto di viaggio che dei suoi cugini ventenni intrapresero un’estate in Scandinavia. Erano gli anni novanta, l’inter-rail era molto in voga, la Danimarca era campione d’Europa e suo fratello la ossessionava con i fratelli Laudrup. Forse allora non c’è da stupirsi che il suo girare per l’Europa l’abbia riportata in Danimarca a più riprese. Al momento, Licia ha abbandonato l'hipsteria eco-friendly di Copenhagen alla volta dell'Eurobolla bruxellese. Si riadatterà mai alla dura vita da metropoli continentale? Tra un articolo ed un tweet, Licia posta anche della gran bella musica.

 

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