La settimana scorsa ho parlato di lei, la pizza; questa settimana, per par condicio e pari crisi d’astinenza, parleremo di lui, il caffè.
Il caffè, qui in Inghilterra, ha un sapore, diciamo, particolare. Non è, certamente, il caffè nero o l’espresso a cui noi siamo abituati (checché ne dicano i manifesti pubblicitari di Costa Coffee), e definirlo anche solo vagamente bevibile richiede una suspension of disbelief non da tutti. Fiera caffeinomane dall’età di sedici anni, io gli ho concesso svariate volte il beneficio del dubbio, troppo spaventata dalle ripercussioni che l’alternativa (vale a dire, svegliarmi in stati da zombi, e rimanervi fino circa all’ora di pranzo) avrebbe avuto sulla mia vita quotidiana.
Agli inizi non sembrava troppo male. Esaltata dal fatto che i precedenti inquilini della mia prima casa londinese (italiani, manco a dirlo. E, sorprendentemente – ma questo l’ho scoperto in seguito – rockstar) si erano lasciati indietro una moka, e dall’entusiasmo pari al mio della mia coinquilina (indovinate? Una spagnola), ho mantenuto le vecchie abitudini, e cominciato a comprare il ground coffee, felice di non dovermi rassegnare alla versione Tesco del Nescafé. Questo accadeva a settembre; a dicembre, ormai ben consapevole della proprietà distintiva del caffè inglese (risultare cioè sempre più disgustoso man mano che lo bevi, alla faccia dell’assuefazione) e del conseguente e cronico mal di stomaco, mi sono presa una pausa di riflessione: niente più caffè, finché non fossi riuscita a procurarmi della buona miscela italiana (sì, sì, lo so, anche a Londra si trova il Lavazza. Ma costa il doppio!).
Nel frattempo – ecco cosa fa l’attesa straziante, ecco cosa fa la peer pressure dei compagni di corso stranieri - ho stretto un altro patto con il diavolo: il cappuccino.
Il cappuccino non è male, andiamo. Viene servito quasi senza eccezioni con della deliziosa polvere di cacao, ha praticamente cinque dita di schiuma, ed è gigante, qualunque porzione se ne ordini. Qual è il problema, dunque?
Il problema è l’infinita tristezza subentrata all’infinita gioia che ho provato quando ho scoperto che qui, a differenza che in Italia, si può ordinare il cappuccino col latte scremato (se la vostra mamma vi racconta che il latte scremato non fa la schiuma, come ha sempre fatto la mia, non le credete: è solo che non ha voglia di cercare il frustino nella credenza). Infinita tristezza, perché col latte scremato si gode solo a metà. Perché la schiuma sa di poco, o forse di nulla; perché il solo nome della bevanda, skinny cappuccino, basta a scatenare associazioni mentali con drastiche diete ipocaloriche e donne in carriera che a pranzo, con la bocca storta nel più amaro dei sorrisi, non consumano che una mezza porzione di insalata.
Tutto è bene quel che finisce bene, però: adesso, in casa, ho una moka tutta mia (la seconda: la prima l’ho distrattamente bruciata una mattina che la sveglia non ha suonato, ed ero già in ritardo di un’ora per lo stage), e scorte di Vero Caffè da far invidia a un minimarket.
Perfino la macchinetta dell’ufficio, ho scoperto, non lo fa poi così male: l’importante è ricordarsi che il primo getto che ne esce non è caffè ma acqua stagnante, e svuotare in fretta la tazza prima di riempirla di nuovo. Naturalmente, quando nessuno guarda: vai a spiegarlo, ai colleghi britannici, che non stai adempiendo a un rituale da ossessivo-compulsiva ma soltanto rendendo onore alla mattina presto con un espresso fatto come dio comanda (*).
(*) Non che non ci abbia provato, sia chiaro. Il risultato? Una serie di occhiate di condiscendenza che avrebbero terrorizzato anche il più tenace dei missionari.
Quanta ragione hai cara, in tutto.
Ti sono vicina nella battaglia contro il caffé Inglese, col cuore.
Posted by Usy | 30 gennaio 2012, 12:04Haha, grazie per la solidarietà! In cambio, posso offrirti una tazza di quello buono, ora che ho una scorta a cui attingere :)
Posted by Federica | 4 febbraio 2012, 13:53Parlo da persona che ama il caffè per il sapore e non per la caffeina, da italiana, e da residente a Londra da 12 anni: tralasciando le varie Megacatene del Male, a Londra si possono bere ottimi caffè. Le cose sono migliorate qui, e stanno migliorando sempre più: quando mi sono trasferita c’era solo il Nescafé o il filter coffee!
I miei preferiti: il pour-over di St. Ali a Clerkenwell, il flat white da Flat White a Soho, l’espresso di Monmouth Coffee Company a Seven Dials/Borough Market (dove si comprano favolose varietà di ground coffee, o anche caffè in grani da macinare a casa – tipo la miscela per moka Espresso e il Sulawesi). Anche Prufrock (Farringdon) e Notes (St Martin’s Lane) non scherzano.
Posted by Byron | 3 febbraio 2012, 13:17Segnati e memorizzati. Peraltro, vado pazza per Borough Market, quindi mi hai appena fornito su un piatto d’argento un’ottima scusa per tornarci!
Posted by Federica | 4 febbraio 2012, 13:52Io dopo due anni ho trovato i miei posti segreti dove trovare un espresso perfetto ;)
Prova Dose (www.dose-espresso.com) oppure Franze&Evans (www.franzeevans.com/), danno una soddisfazione enorme, da italo-espat.
Per il resto mi sto convertendo al tè con latte, vedi tu.
Posted by Viviana | 3 febbraio 2012, 13:26Sei la mia eroina, insomma. Io l’ho assaggiato una volta, e mi sono detta “mai più” :P Il sapore del “black tea” è insostituibile…e, vista la quantità di aromi da far invidia a qualsiasi altra nazione europea (che io conosca), prima di convertirmi al latte ho ancora un bel po’di sapori da provare!
Posted by Federica | 4 febbraio 2012, 13:50